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Fan-fiction 

 

 

 

 

Serie:  YuYu Hakusho - Rating: Nc-17 - Pairing: HieixKurama - Note: OMG! Ma che ho combinato=_=? E’ chiaro… è chiaro… Sono del tutto ammattita v_v. Ormai la mia acuta depressione in questi giorni la scarico sul tappo-__- (Fuuma: Finalmente hai capito che devi lasciarmi in pace! Toy: No, è che non ho idee per come torturarti altrimenti la mia vittima preferita rimani tu*_*… Ed owiamente Eaggy-angioletto-bianco*_*v! Eagle: Che… Che fortuna^^…) per cui se il personaggio dovesse risultare OoC oppure dire e/o pensare cose troppo strambe per lui… Lo capisco e me ne dispiaccio T^T! E’ che devo sfogarmi e di inventare un nuovo pg in un original non se ne parla, troppa fatica e io ho bisogno di scrivere ora è_é… e come se non bastasse nella fine sono scaduta ancora di più perché non avevo idea di come darle un taglio=_=… Whatever>.< ! Go to read èOé/!

 

 

GIVE ME YOUR LOVE

di Fuuma

 


Vago solitario per le vie della città e mi lascio ingoiare dalla notte.
Stupidi esseri che camminate e vi affannate per arrivare alla fine di ogni giorno e riscoprirne uno uguale ad attendervi. Che perdita di tempo. Assurdo.
Sempre e solo le stesse cose ad accogliervi in una monotona esistenza che somiglia a quella di chiunque altro.
E come diligenti formiche laboriose camminate, correte, scappate dalla vostra miseria per andare ad incappare in patetici tentativi di riscuotervi.
Che perdita di tempo. Assurdo.
Chiunque vi vedrebbe lo penserebbe.
Anche uno come me, che in apparenza sembra così uguale a voi… che tra voi si nasconde e si cela lasciandosi scorrere la vostra vita addosso.
Allora forza, guardiamo quello che avete da mostrare e mostratemi qualcosa da vedere!
Che sia interessante, che mi dia da rivalutarvi, che mi faccia stare meglio tra voi stupidi, miseri! esseri che vi calpestate e vi annientate da soli. Siete uguali a noi, ma a volte siete addirittura peggio. Siete uguali a noi, ma la vostra debolezza la fate passare come forza, i vostri vizi li mascherate come pregi e le vostre menzogne… sono il pane di cui vi cibate e l’aria che respirate.
Siete come noi… ma fate ancora più schifo!
E allora? Mostratemi qualcosa che mi smentisca, mostratemi che non tutti siete così!
Devo sapere che è così, devo saperlo!
O mi perderò per sempre anche io…

- Credevi di sfotterci con quel tuo sorrisino da angioletto, eh? -
Voci di ningen si spargevano nella notte e accompagnavano violente percosse che andavano a colpire il corpo di un ragazzo circondato in un angolo da uomini ben più grossi di lui.
- Allora adesso ce lo fai quel servizietto, vero bastardo? -
Il colore dello smeraldo si riflesse nello sguardo che il ragazzo gli lanciò e la sicurezza ne faceva da armatura cancellando quella cosa che ognuno avrebbe potuto comprendere come paura. Nessuno si sarebbe stupito di vederne o anche solo incrociare per un attimo il bagliore di un sentimento tanto naturale, ma lui… lui no, li fissava e nient’altro.
Non ci fu risposta alla domanda dell’uomo ed un altro pugno raggiunse il bel viso del ragazzo.
- Senti bello ti conviene darci retta, non vorremo dover far troppo male ad una bambolina graziosa come te. -
- Eddai, infondo abbiamo detto che ti paghiamo anche. Fai il bravo e non farci incazzare. –
Altri due si avvicinarono a chi avevano definito “bambolina graziosa” e si misero intorno a lui ridacchiando come scimmioni per la bravura con cui riuscivano a tenere testa ad un solo ragazzo ben più piccolo di loro. Forza. O forse era meglio definibile come codardia.
Altri occhi li guardavano ben visibili all’inizio del vicolo in cui qualcuno si era fermato incuriosito dalla situazione, colpito dallo sguardo sgombro da qualsiasi timore dell’altro.
- Cosa del mio “scordatelo” non avete capito? - vermiglio liscio e morbido cadeva come acqua insanguinata per le spalle del ragazzo e con mano decisa fermò l'ennesimo colpo dell'altro spostandolo malamente lontano da sè.
- Piccolo stronzo! -
Stupidi inetti.
Come mosche fastidiose gli ronzarono intorno e come mosche furono schiacciate e abbandonate in un vicolo buio mentre il ragazzo si dirigeva a passo sicuro verso la luce, incontrando lo sguardo rubinescente dello spettatore che li spiava.
- Vuoi fare a pugni anche tu? – domandò senza particolare tono nella voce, forse stancamente, forse annoiato dalla stupidità delle persone che spesso lo circondavano.
E con un sospiro leggero rimase lì a fissarlo negli occhi.
Il sangue affogava nell’acqua smeraldina del suo sguardo e viceversa.
Nere vesti pesanti coprivano il corpo del ragazzino che gli stava innanzi e sulle labbra si disegnò un sorriso. L’arroganza, l’ammirazione persino e qualcosa che sembrava non significare nulla ma che invece voleva dire tutto, si stamparono in quel sorriso rivolto a lui e le braccia si mossero ad incrociarsi al petto.
- Sei stato bravo. – affermò sebbene non fosse nella sua natura elargire complimenti al primo che capitava, né a nessun altro da quel che ricordava – Avrei saputo fare di meglio, ma sei stato bravo. -
- Ti ringrazio. –
L’altro aveva calmato il proprio battito accelerato per lo sforzo appena compiuto e sorridendo con particolare gentilezza osservò bene l’ombra nera che aveva davanti e quel suo sorriso che non si era tolto dal volto.
Aveva già visto quel volto marcato dall’odio che ne colorava gli occhi e quel suo profumo di sangue che sottolineava così bene la sensazione di pericolo che scaricava il suo corpo.
Piccolo e forte.
Tutto di lui sembrava poter donare la morte, anche solo con lo sguardo, anche solo sfiorandolo con un dito.
Era questa l’apparenza che voleva far credere di sé. Per nascondere la debolezza bisogna sembrare forte… ma per eliminarla del tutto… bisogna diventarlo…
Le apparenze non sono mai servite a nessuno.
E lui era diventato più forte, questo sì… ma quanto? Quanto forte doveva diventare per poter cancellare le sue debolezze…?
- Come sta tua sorella? –
Domandò il più alto iniziando un dialogo fatto di ricordi che presto l’altro spezzò.
- Bene. – e passò oltre, a cose più importanti prima che le ombre lo ingoiassero di nuovo e scomparisse al sorgere di una nuova alba.
Luci al neon brillavano ad intermittenza su un’insegna sopra le loro teste e le stelle si accalcavano su un cielo nero per spiare meglio i loro sguardi, perché alla fine tutto si riduceva a quello.
E le parole si perdevano, morivano cancellate da un colpo di spugna che la fretta dava loro. La fretta e il gioco strambo della mente che creava pensieri su cose che in realtà non esistevano e si divertiva a farli cadere nel dubbio.
- Andiamo. – fu l’ombra a parlare, ammantata di nero sembrava fluttuare nell’aria per la velocità con cui si muoveva, non solo per camminare ma persino le sue parole erano veloci, affilate, essenziali.
Non aveva intenzione di sprecare fiato.
Si voltò soltanto dando all’altro le spalle ed incamminandosi per rigettarsi nel marasma di gente che faceva vivere la città.
L’altro lo seguì, riscoprendosi curioso di sapere cosa volesse da uno come lui.
L’ombra si guardava velocemente in giro, gli occhi scattavano attenti da una parte all’altra della strada e cercava, voleva qualcosa di familiare, ma nulla soddisfala le sue esigenze, nulla era adatto per quella notte.
- Ho dimenticato il tuo nome. – disse improvvisamente.
Il ragazzo dai capelli rossi piegò il capo di lato stupito dell’importanza che stava dandogli, ricordando che molto probabilmente il suo nome non glielo aveva mai neppure detto… O forse sì, ma era passato tempo.
- Kurama. -
Lo appuntò mentalmente soltanto per poi essere sicuro di non dimenticarlo quando gli fosse servito pronunciarlo, non che avrebbe voluto farlo nell’immediato futuro, ma non si sapeva mai. La notte era appena iniziata e le sue ricerche non lo avevano portato da nessuna parte.
- Hiei? -
Si voltò di scatto a sentire il suo nome pronunciato da quella voce. Ma ora, che dirgli? Perché tanta agitazione?
- Posso sapere dove stiamo andando? – domandò semplicemente Kurama.
- In un posto. –
Ci aveva pensato per tutto il tragitto, se mai quel cappellone gli avesse domandato dove sarebbero dovuti andare lui avrebbe chiaramente risposto così. Per questo gli venne automatico anche in quel momento… anche se a tutto pensava fuorché a rispondere alle sue domande.
Pensava a quella parola e quella bocca.
Pensava al suo nome pronunciato dalla sua voce che gli aveva regalato una nuova sfumatura. Che era stato… piacevole udire…
Si rigirò fingendo di non pensare a nulla, fingendo di immergersi soltanto in una ricerca noiosa e monotona che li portò davanti ad un bizzarro locale che non aveva mai nemmeno visto. Ma forse poteva andare bene, sì, sembrava al caso loro.
Dietro di lui Kurama assunse uno sguardo perplesso.
Non se lo immaginava di certo, né probabilmente ci avrebbe creduto se glielo avessero raccontato…
Ma d’altronde lui era lì e i suoi occhi vedevano realmente le parole a caratteri cubitali che riempivano un enorme insegna dai colori psicadelici esattamente come la luce che proveniva dall’interno e che cambiava tonalità ad intermittenza.
- Sex? – domandò senza sprecarsi a nascondere lo stupore, leggendo a voce alta l’insegna, tralasciando volontariamente la frase, più in piccolo, che diceva “Give me your love… will be life in the night”. Ma quale vita nella notte, che centrava con il sesso?
- Se non ti va bene vattene. –
Parole gelide che Hiei sussurrò appena forse per sfidarlo a fare il passo che lo avrebbe fatto inabissare in un oceano troppo grande per entrambi.
Il rischio aveva dell’affascinante, ma quello era tutt’altro e una sfida del genere non lo aveva mai interessato in nessun senso, nemmeno se si fosse trattato di quel piccolo youkai dagli occhi di ghiaccio fuso nelle fiamme eterne dell’inferno.
- Grazie per il permesso. -
Se ne sarebbe andato.
Non aveva senso tutto quello. Non avevano nemmeno senso le domande che si stava ponendo chiedendosi se forse non fosse stato il caso di continuare e scoprire fin dove l’altro aveva intenzione di arrivare… Ma non solo questo…
Si era voltato per andarsene, eppure era ancora lì.
E Hiei lo guardò, puntando i suoi occhi penetranti alla schiena di lui che sentiva perfettamente il suo sguardo e rabbrividiva per quello che avrebbe fatto, per qualsiasi decisione avrebbe preso.
Probabilmente l’avrebbe rimpianta, qualsiasi decisione fosse stata.
Ma una notte… una notte non cambia un’intera esistenza a meno che non fosse finito come un cadavere, allora le cose sarebbero decisamente mutate in peggio… ma a parte quello… una notte non rimaneva che soltanto una notte, niente di più…
Si era ritrovato a crearsi ragionamenti insulsi e troppo elementari per lui ma pensare troppo in quei casi avrebbe fatto soltanto male.
Tornò a girarsi verso Hiei, lo smeraldo che incontrava il rubino e si mischiavano in sguardi silenziosi che li avrebbero incantati lì a lungo.
“Voglio vivere per una notte e voglio vivere con te.” Parole sussurrate dal vento che non provenivano da nessuno dei due, parole che entrambi pensarono senza pronunciare mai.
E il locale li accolse.
Musica assordante, luci abbaglianti e voci che urlavano fu quello che ritrovarono al piano terra il tutto amalgamato in un’ampia stanza dalle pareti chiare e dai tavolini in vetro avvicinati da divanetti in velluto in diversi colori.
Il piano superiore era migliore, per quanto un posto del genere potesse essere definito a quel modo.
Più silenzioso sicuramente, ma non era lì che potevano fermarsi.
Giù un ragazzino con un sorriso da stronzetto gli aveva detto che c’era posto al secondo piano per certe cose, e che ovviamente era l’unico piano in cui avrebbero potuto stare in pace e avere una camera tutta loro. Pulita, semplice, naturalmente con letto incluso. Almeno sarebbero stati comodi.
Dopo aver pagato lo avevano ringraziato velocemente, nessuno dei due aveva voglia di scambiare altre parole con quel tipo, avrebbero preferito piuttosto spaccargli con un pugno quell’irritante sorrisino che aveva sulla faccia. Per di più sembrava avere la loro stessa età eppure dava l’impressione di sapere tutto di tutto.
Ragazzino idiota.
Salirono i gradini che li portarono al secondo piano.
Il primo era silenzioso, ma anche in quello il silenzio era quasi palpabile, peccato solo per le urla che troppo spesso provenivano dalle camere.
“Che schifo di posto.” Lo pensarono entrambi, ma ancora una volta nessuno disse nulla, forse per non fare la figura del perdente, forse soltanto perché speravano che l’altro parlasse per primo e li tirasse fuori da quel posto osceno.
Non avvenne.
Hiei aprì la porta della camera destinata a loro e rimase fermo sulla soglia, sinceramente affascinato.
- Carino. – commentò Kurama osservando con occhio vigile l’interno.
Soltanto un letto riempiva quella stanza ed una musica calma e rilassante si accese automaticamente quando la porta era stata aperta e si spense quando la richiusero alle loro spalle fissando ammirati la stanza.
L’acqua si stagliava davanti a loro.
L’oceano, immenso, bellissimo e profondo quanto il loro stupore.
Sulle pareti di un intenso blu era stato dipinto l’oceano e dietro di loro si stagliava una spiaggia dorata che chiunque avrebbe sognato di poter percorrere a piedi nudi.
“Mi piace questo posto.”
E la loro idea iniziale cambiò nuovamente.
Nulla era mai come l’apparenza mostrava, o quasi…
Kurama sorrise mentre Hiei stringeva nervosamente le mani a pugno percorrendo a piccoli passi la distanza che lo separava dal letto. Aveva l’impressione che fosse comodo e morbido… ma poco importava per quello che dovevano fare quella notte.
- Ora che siamo qui, credi dovremmo approfittarne per conoscerci meglio o per te si possono saltare i preliminari? – domandò Kurama fingendo una malizia che in quel momento stentava ad avere.
Hiei non rispose.
Conoscere meglio quel ragazzo per poi andare a letto con lui… Non era una grande idea. Se poi lo avesse conosciuto meglio avrebbe anche rischiato di rovinare l’apparenza che si era fatto di lui e per ora quella gli andava benissimo.
Infondo se aveva scelto quel ningen un motivo c’era, non era neppure tanto serio e fondato, ma c’era.
- Io sono Hiei e tu Kurama, già ci conosciamo abbastanza. – affermò quindi sedendosi sulla sponda del letto.
Aveva ragione, era morbido.
Come quel posto che sembrava una morbida uscita tra le pieghe del mondo e quasi li trascinava in un’altra realtà che non era migliore, ma nemmeno peggiore. Era soltanto qualcosa che apparteneva unicamente a loro due.
Era piacevole.
- Va bene. -
Spalancò sorpreso gli occhi. Quand’è che quel tipo si era avvicinato tanto?
Kurama gli sorrise.
Di nuovo.
Aveva nuovamente pensato che quello fosse qualcosa di piacevole.
Forse la vicinanza con quel ningen aveva il potere di farlo impazzire visto i pensieri che gli venivano, visto che non ci aveva pensato su due volte a scegliere lui. Per che cosa poi? Per Quella cosa.
Fare sesso con un ningen, passare una notte con quel tipo. Per che cosa?
Quegli esseri che arrancavano di giorni in giorno per arrivare ad un’altra alba superato il tramonto parlavano di amore e mettevano quella parola ovunque, nelle canzoni, nella pubblicità di un qualche stupidissimo gelato al cioccolato, nei film o persino come tatuaggi, eterni marchi che segnano la pelle indelebilmente.
Ne parlavano tanto i ningen di quella cosa, ma mai nessuno che avesse davvero il fegato di spiegare chiaramente di che razza di cosa era o se mai esistesse davvero.
E la sua? Forse non era altro che la curiosità di un bambino. O la naturale voglia di conoscere se anche un demone come lui potesse avere qualcosa di simile a sentimenti.
E amore per lui era quello… o qualcosa del genere, qualcosa che ci andava molto vicino… qualcosa che stava su un sottilissimo filo tra il mero sesso e il paradiso… oppure l’inferno.
Rimase a lungo seduto lì tra le coperte su cui strani pesci del pacifico erano stati dipinti e guardava Kurama inginocchiato davanti a sé.
- Forse dovremmo iniziare. -
Aveva ragione.
Ma iniziare come?
Non era sicuro di saperlo…
Un bacio.
Un caldo bacio dato a fior di labbra in cui non era nemmeno riuscito a fare in tempo per sentire il sapore della bocca del rossino mentre si era mosso per baciarlo.
Ma da quel bacio tutto prese inizio.
E a quel bacio ne seguirono altri, ancora più caldi, più passionali, più profondi, in cui la sua lingua battagliava con quella dell’altro ed insieme si muovevano con un armonia che non riconosceva come propria.
Ma poco importava.
Le mani, quelle si muovevano da sole ad accarezzare la stoffa ruvida dei vestiti di Kurama, della sua stupida divisa scolastica ora così fastidiosa al tatto. Era troppo ruvida e Hiei avrebbe di certo preferito la sua pelle, bollente e liscia.
Con un movimento secco ne aprì la casacca facendo saltare ogni bottone dalla sua asola mentre qualcuno di essi cadeva a terra con rumori resi meno forti dal loro respiro che andava accelerando.
La piccola furia nera avida di calore, avida di baci e quant’altro avrebbe potuto dargli Kurama si gettò su di lui, divorandolo affamato riempiendo il suo collo di morsi e leccandone il mento per risalire alle sue labbra con cui, in confronto, l’ambrosia stessa sarebbe diventata semplice acqua frizzante. E da quello che in quel momento il suo cervello gli faceva capire e ricordare a lui nemmeno piaceva l’acqua frizzante, era stupido che i ningen si complicassero così la vita modificando della semplice acqua soltanto per farle fare delle bollicine…
Ma che pensava in quel momento?!
Freddo.
All’improvviso i suoi sensi percepirono quello che avrebbe definito freddo penetrarlo dalla schiena e solo allora si accorse che il ningen era riuscito a spogliarlo quasi completamente, ed ora soltanto i pantaloni lo infastidivano mentre era sdraiato in terra senza sapere come ci era finito.
- Scusa, ti ho fatto male? – domandò Kurama lasciandolo senza parole.
- Eh? – chiese lui con un’espressione che doveva sembrare proprio stupida, ma l’altro era troppo occupato a dedicargli un sorriso ed evitare di rigettarsi ad esplorare il suo corpo per notarla.
- Lascia stare. –
Hiei aveva urlato. Per lo stupore che la sensazione di freddo gli aveva causato, ma non ci aveva nemmeno fatto caso ed era meglio così.
Presto anche i vestiti di Kurama raggiunsero quelli dello youkai, lasciati abbandonati da qualche parte nella stanza di uno strano posto che faceva schifo, che non era niente male, che era particolare nella sua bellezza… o che infondo era soltanto un posto come un altro in cui poter far finta di consumare un amore che per caso si erano trovati a condividere.
Violenta la presa di Hiei si strinse ai polsi di Kurama spingendolo ad invertire la posizione per prendere una parte più dominante e tenergli le braccia più in alto, fissandolo solamente mentre si sedeva sopra di lui e lentamente si sdraiava lasciandolo libero.
La pelle strusciava contro la sua, il corpo si muoveva sopra e sotto al suo, i sensi impazziti e i suoi pensieri concentrati unicamente in quello che voleva. Di più. Soltanto questo. E di più avrebbe avuto.
Schioccanti baci raggiunsero il petto di Kurama percorrendolo in linee occasionali più volte e lasciando l’impronta della sua lingua che scendeva sempre più in basso fino a farlo urlare di desiderio, o così avrebbe voluto mentre invece le labbra serrate del rossino si torturavano mordendosi a sangue per non lasciarsi sfuggire alcun gemito.
Baka.
Perché opporre resistenza?
Si sistemò tra le sue lunghe gambe stringendo una ciocca dei lunghi e morbidi capelli tra le mani, per riuscire a tirarlo a sé, seduto mentre giocava di nuovo a torturare le sue labbra irritato da quel continuo silenzio.
Ansimante si alzò dal pavimento portandosi al letto per sedersi nuovamente tra le coperte e aspettare che l’altro lo raggiungesse.
E l’altro lo fece.
Forse così, perché gli venne naturale farlo, perché se era arrivato fino a quella stanza tanto valeva andare fino in fondo. Oppure perché lo voleva e basta. Quanti ‘o’ nei loro pensieri che si confondevano con l’eccitazione e da essa venivano alimentati, portati allo spasmo per poi esplodere in miriadi di sensazioni che nemmeno conoscevano.
- Perché lo fai? – domandò improvvisamente Hiei, spezzando quel tacito accordo di limitarsi a suoni più consoni per la situazione, limitarsi a non pensare alle conseguenze, ai perché e ai rimpianti. Era da pazzi, e loro erano pazzi. Questo bastava. Doveva se non volevano interrompere tutto bruscamente con domande come quella.
- Perché me l’hai chiesto. –
Una risposta nata da riflessioni piuttosto ingenue.
Mai Hiei si sarebbe abbassato a fare una tale richiesta ad un misero ed inutile ningen.
Eppure lo aveva fatto.
Non apertamente, il suo era stato un ordine, meglio, una trappola in cui la curiosità e la lussuria lo aveva incastrato. Ma in realtà, anche ora che lo youkai lo fissava con i cremisi occhi scalpellati in un ghiaccio che ardeva stava ancora ponendogli le sue richieste.
Richieste nate da riflessioni piuttosto ingenue.
E gli sguardi parlavano per loro, li leggevano, li interpretavano e si sorprendevano per le cose che avevano in comune, per quel loro dialogo silenzioso che riusciva a farli conoscere più che una sbrodolata di parole noiose e rumorose.
- E poi? –
Eppure a volte c’era bisogno di sentire confermati i propri pensieri.
- Volevo conoscerti. -
La domanda che dopo sarebbe venuta spontanea era un altro “Perché” ma non arrivò, aveva perso la sua importanza già quando Kurama aveva pronunciato la precedente risposta. Andava bene così e le parole sarebbero venute dopo se mai fossero ancora servite.
Le coperte erano di una seta leggera, che fluiva sul corpo del ragazzo mentre si sdraiava lentamente sul materasso lasciandosi avvolgere dalla loro morbidezza, ed altra morbidezza si aggiunse a loro portata dai baci di Hiei che era tornato al suo corpo.
E giocava con lui come il gatto col topo ma più consapevole delle esigenze dell’altro, con cui giocò tutta la notte e si divertì a veder impazzire dal piacere, a lasciarsi accarezzare con le lunghe dita affusolate, a fondere la passione e portarla all’amplesso.
Lo amò per tutta la notte e per tutta la notte gli chiese una cosa soltanto in una frase letta da qualche parte e rimasta impressa nella sua memoria.
Give me your love.
Dammi il tuo amore… perché la sua non era mai stata una richiesta…
Per una notte giocarono agli amanti come stupidi adolescenti che ancora non conoscevano le beffe della vita, e quanto fosse crudele, e quanto fosse folle, e quanto si divertisse a prendersi gioco di tutto…
Quello quindi era il suo modo di concepire i sentimenti dei ningen, scarafaggi nella scala di sopravvivenza e per eccellenza esseri deboli ed inferiori ma dotati di una forza insana capace di mutare il corso delle cose. Deboli e forti al tempo stesso. Fragili e stupefacenti senza che mai se ne capisse il motivo. E capaci di sentimenti che nessuno era in grado di spiegare.
Allora che qualcuno glieli mostrasse! Che qualcuno tirasse fuori anche per lui ciò che li differivano dagli insetti e li salvassero dall’essere schiacciati come tali. Uno youkai non è un essere umano ma provare sentimenti per uno di loro come lo definisce?
- Kurama… -
Un bisbiglio, la sua voce rotta che ne pronunciava il nome fino a diventare l’urlo di una cantilena sempre uguale.
Uno youkai che prova sentimenti umani, non è umano a sua volta?
Era questo a tormentarlo, stupidamente…
- Kurama… -
Sapeva che non avrebbe più dimenticato quel nome, era anche per quello che continuava instancabilmente a ripeterlo, per farlo notare anche al ragazzo che si limitava a sorridere e socchiudere gli occhi mentre l’altro si muoveva dentro di sé.
Quello quindi era il suo modo di concepire quel sentimento, punto e basta.
Così era. Amare ed essere amato. Semplice e comprensibile.
E nemmeno la luna poté dire quanto ancora lo amò, fino all’alba, fino al sorgere di un sole pallido che dovette spingere via la bianchissima palla nel cielo per farla allontanare da chi spiava.
E quando giunse la mattina li scoprì addormentati e abbracciati in un morbido letto immerso nell’oceano più blu.
Fu Hiei il primo ad aprire gli occhi e svegliarsi dal sogno che lo aveva accompagnato la notte.
Poteva dirsi soddisfatto.
Ancora assonnato guardò distrattamente il volto di Kurama che serenamente ancora dormiva e con le dita delicatamente percorse il suo profilo, accarezzando poi le labbra che si schiusero in un sorriso, allora si scansò.
- Sei sveglio. – constatò piuttosto seccato.
- Anche tu. –
Era diverso ovviamente.
- Hn. -
Hiei si mise seduto tra le coperte fatte di seta liquida e pesci tropicali, con lo sguardo cercò i propri vestiti scoprendoli troppo lontani per poter essere afferrati comodamente dalla sua posizione.
Per di più ricordava che il solito ragazzo dal sorriso idiota gli aveva detto qualcosa riguardo al loro orario, ma era troppo stanco per pensare ai dettagli.
- Stiamo andando via? – domandò allora Kurama mettendo volutamente il plurale nella frase.
- Hn. –
Guardò il piccolo youkai che si era rivolto nuovamente a lui. Strano, lo ricordava più chiacchierone.
E in effetti ricordava bene.
- Ce l’avrai una casa tu, no? - così disse, facendo sembrare la sua frase più una chiara affermazione che una domanda.
- Naturalmente. Ma dovremo fare piano, mia madre starà ancora dormendo. –
In quel modo altri taciti accordi si aggiunsero, come quello di continuare ad amarsi, perché non era stato un caso se Hiei aveva scelto proprio lui o se lui si era lasciato scegliere dallo youkai. Si erano ritrovati come due metà della stessa mela, due anime gemelle che soltanto insieme si completavano.
Meglio così.
E meglio anche che Kurama lo avesse già capito da solo perché mai Hiei glielo avrebbe spiegato a parole. Se era tanto stupido da non capirlo fatti suoi.
- Hiei… -
I due avevano finito di vestirsi ed usciti dall’edificio si rigettavano nelle strade della città mentre il rossino lo aveva fermato per un braccio.
- Che c’è? –
Si abbassò su di lui per sfiorarne le labbra in un bacio delicato e tirandolo lo trascinò a casa propria con un sorriso soddisfatto.
- Da… Dannato ningen. -
Se lo era scelto lui quel ningen.
Ed aveva avuto buon gusto.
Significava soltanto che non tutti i ningen erano poi così male.
Meglio così.
- Kurama. -
Il portone dell’appartamento dei Minamino era chiuso e Kurama armeggiava con le chiavi per aprirlo silenziosamente quando Hiei lo aveva chiamato.
- Sì? -
Non si voltò nemmeno, troppo impegnato con la serratura che scattò in pochi secondi e subito dopo una mano forte lo tirò verso il basso, approfittando del suo stupore per baciarlo più a lungo e affogare nel suo sapore e nel suo profumo.
Quando Hiei si staccò da lui la porta era completamente aperta e per un attimo il ningen aveva avuto paura che sua madre si potesse essere svegliata per i loro suoni non propriamente silenziosi.
Non era successo.
Così sorrise e gli fece strada fino alla sua camera scuotendo il capo per essere stato preso alla sprovvista nel suo stesso gioco.
Uno youkai particolare… per un ningen particolare…
Uno youkai a cui piaceva avere l’ultima parola.
E se erano parole di quel genere avrebbe anche potuto concedergliele…

†THE END†